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BURN OUT


Le supervisioni Individuali, le supervisioni Gruppali e i gruppi Balint sono tre strumenti utili e necessari per affrontare l’esaurimento tipico delle professioni logoranti.
Il termine burn-out- traducibile in italiano con “bruciato” , “esaurito”, “scoppiato”- esprime con un’efficace metafora il “bruciarsi” dell’operatore  e il suo cedimento psicofisico rispetto alle difficoltà dell’attività professionale.
Esso esprime il non farcela più, il malumore e l’irritazione quotidiana, la prostrazione e lo svuotamento, il senso di delusione e di impotenza di molti lavoratori e in particolare di quelli che operano nei servizi sociosanitari.(Pellegrino2000).  La sindrome del burn-out è stata identificata come specifica malattia professionale degli operatori dell’aiuto ( helping profession)  da C. Maslach nel 1975.


LA BURNING-OUT SYNDROME è un insieme di sintomi che testimoniano la evenienza di una patologia comportamentale a carico di tutte le professioni ad elevata implicazione relazionale. Il burn-out è il risultato di un’inadeguata gestione dello stress lavorativo, come un processo inefficace di adattamento a uno stress individuale eccessivo, una condizione di disadattamento, nata da un processo transazionale che rappresenta una soluzione di accomodamento o di compromesso, una transazione con la propria coscienza di fronte a situazioni di lavoro non altrimenti gestibili. Si tratta cioè di un processo nel quale un professionista, precedentemente impegnato, si disimpegna dal proprio lavoro in risposta allo stress e alla tensione sperimentati sul lavoro e caratterizzato da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale, una sindrome in cui si ha una progressiva perdita di idealismo, di energia, di obiettivi, una perdita di motivazioni e di aspettative a essere bravi a fare del bene, uno stato di affaticamento o frustrazione nato dalla devozione ad una causa, un modo di vita o una relazione che ha mancato di produrre la ricompensa attesa.

 

In questo senso, il burn-out può essere discusso in termini di delusione, fatica, disillusione, disperazione e impotenza causate dal contrasto tra il genuino desiderio di aiutare gli altri e i limiti e le richieste strutturali dei servizi sociali, ed è considerato come l’ultimo passo di una progressione di tentativi senza successo per far fronte ad una serie di condizioni negative o stressanti. La sindrome del burn-out non insorge all’improvviso, non scoppia tutta in una volta, comincia con i primi episodi di sconfitta fino a diventare una debilitante condizione psicologica causata dalle frustrazioni lavorative  che esita in ridotta produttività.
Tale condizione diventa ancora più pericolosa quando il guaritore ferito non riesce a prendere coscienza delle sue ferite e a guarirle. Ciò aggrava ulteriormente il quadro clinico, conduce all’esaurimento completo delle risorse dell’operatore, soprattutto se questi non reagisce alla situazione attraverso meccanismi di soluzione attiva dei problemi. Il Burn-Out è una sindrome che può avere diverse graduazioni  e può essere reversibile. Cherniss lo descrive così:  “stress lavorativo: squilibrio tra risorse disponibili e richieste-esaurimento: risposta emotiva a questo squilibrio- conclusione difensiva: quantità di cambiamenti nell’atteggiamento.”
Lo stress lavorativo è definito come lo squilibrio che viene a crearsi tra le risorse disponibili e le richieste che provengono sia dal mondo interiore sia dall’esterno; in termini di efficienza normalmente l’equilibrio è dato dal rapporto tra risorse e attività, tra l’ottimale utilizzo delle risorse disponibili e ciò che realisticamente un operatore può realizzare. Lo squilibrio si crea quando le risorse disponibili non sono sufficienti a rispondere in modo adeguato ai propri obiettivi e alle richieste che provengono dalla struttura organizzativa o dal paziente; un esempio è l’equilibrio fondato sulla profonda convinzione  di dovere essere sempre e in ogni caso capace di risolvere i problemi dei pazienti, da cui deriva uno squilibrio in termini di produttività che si rivela frustrante per l’operatore e induce ad esaurire progressivamente tutte le risorse.

 


L’ambiente lavorativo viene così vissuto come estenuante e logorante, l’attenzione deviata verso gli aspetti più tecnici, burocratici piuttosto che clinici; il soggetto viene a trovarsi in una condizione di allarme (risposta emotiva) e di continua tensione che, se non adeguatamente gestita, conduce alla progressiva disillusione e frammentazione dei propri ideali professionali, con conseguente incapacità a riprogrammare l’attività in funzione delle reali risorse disponibili. La risposta difensiva a questo punto diventa inevitabile; una serie di cambiamenti negativi nell’atteggiamento verso se stessi, verso i colleghi di lavoro e verso l’utenza serve a limitare, per quanto possibile, i danni fisici e psichici che inevitabilmente ne derivano, nella recondita speranza di riuscire a sopravvivere alla professione.


(Tamburro) la descrive così: stato patologico psico-fisico da considerare come una risposta ad iniziale valenza difensiva, ma ormai cronicizzata, ad una condizione di stress continuato  e prolungato sul piano lavorativo. Essa si distingue dallo stress, che può eventualmente essere  una concausa  del burn- out; così come si distingue dalle diverse forme di nevrosi, in quanto disturbo non della personalità, ma del ruolo lavorativo. Non esiste una diretta correlazione tra stress e burn out: lo stress non necessariamente conduce ad esso, non è un percorso obbligato. La sindrome si presenta, con  una significativa correlazione, con la esposizione ad utenti con maggior disagio, ruoli di basso prestigio e scarsa formazione professionale.
Per quanto riguarda la clinica, si è soliti distinguere diversi stadi d’impianto della sintomatologia, passando ad esempio dalla fase dell’operatore entusiasta a quella finale dell’operatore combusto, attraverso le fasi della delusione, della frustrazione e dell’operatore bruciato: oppure, seguendo il processo transazionale alla Cherniss, andando dallo stress lavorativo all’esaurimento e, infine, alla conclusione difensiva.

 

 

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